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Niente studi di settore alle imprese in crisi

Studi di settore non più applicabili alle piccole imprese colpite dalla crisi economica.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con ordinanza del 18 maggio 2018 n. 12273, la quale, ha annullato un accertamento induttivo basato sugli studi di settore, emesso a carico di una piccola impresa operante nel settore edile, che aveva subito una considerevole contrazione delle commesse a seguito della pesante crisi economica che aveva colpito i costruttori.

La Cassazione ha escluso quindi l'applicabilità degli studi di settore rilevando che "nel caso di specie la particolarità dell'attività svolta con l'ausilio di un solo collaboratore familiare, caratterizzata da una flessione nelle commesse e degli ordini tali da indurre a licenziare personale dipendente, rappresenta un aspetto particolarmente grave ed il contribuente prima che non congruo in relazione al volume di ricavi, si palesava altresì non coerente con riferimento al valore aggiunto per addetto".

Il tutto sostenuto dal fatto che "la procedura di accertamento tributario standardizzato mediante l'applicazione dei parametri o degli studi di settore costituisce un sistema di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza non è ex lege determinata dallo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli standard in sé considerati – meri strumenti di ricostruzione per elaborazione statistica della normale redditività – ma nasce solo in esito al contraddittorio da attivare obbligatoriamente, pena la nullità dell'accertamento, con il contribuente [...] in tale sede, quest'ultimo ha l'onere di provare, senza limitazione alcuna di mezzi e di contenuto, la sussistenza di condizioni che giustificano l'esclusione dell'impresa dall'area dei soggetti cui possono essere applicati gli standards o la specifica realtà dell'attività economica nel periodo di tempo in esame, mentre la motivazione dell'atto di accertamento non può esaurirsi nel rilievo dello scostamento, ma deve essere integrata con la dimostrazione dell'applicabilità in concreto dello 'standard' prescelto e con le ragioni per le quali sono state disattese le contestazioni sollevate dal contribuente."

Fonte: Corte di Cassazione
Notizia del: 25/05/2018
Chiarimenti su fattura elettronica e Ace nel Video Forum Agenzia-Sole24Ore

Si è tenuto ieri il videoforum organizzato dall’ Esperto Risponde grazie al quale l’Agenzia delle Entrate ha chiarito alcune delle perplessità esistenti e cercato, allo stesso tempo, di andare incontro alle esigenze di imprese e professionisti.
Il videoforum è stato trasmesso gratuitamente nella giornata di ieri, in diretta, alle ore 12 ma già sul quotidiano del Sole 24 Ore sono stati forniti, sin dal mattino, due primi chiarimenti.
Il primo chiarimento riguarda la conservazione della fattura elettronica in merito alla quale l’ Agenzia ha espressamente chiarito di voler far prevalere il principio della sostanza sulla forma; applicare tale principio alla conservazione delle fatture elettroniche significa, in parole povere, dare maggior importanza al contenuto delle fatture rispetto alla loro forma e quindi permettere che venga conservato il documento in formato pdf. L’Agenzia afferma che l’operatore potrà decidere di portare in conservazione anche la copia in pdf, formato considerato idoneo dal Dpcm 3 dicembre 2013. Diventa quindi una facoltà, e non più un vincolo per il contribuente, la conservazione del file xml in modalità informatica, c.d. conservazione sostitutiva, a meno che non sia previsto uno specifico obbligo. 

La conservazione sostitutiva è quell’insieme di procedure informatiche, regolamentate dalla legge, che consentono di garantire nel tempo l'integrità e la validità dei documenti emessi, archiviati e conservati in modo digitale. La conservazione del documento in formato pdf sarà tuttavia sufficiente per adempiere agli obblighi civilistici e fiscali rispettivamente disciplinati dal Dpcm 3 dicembre 2013 e dal dal Dm 17 giugno 2014.
Ovviamente il presupposto è che il file pdf contenga tutti i riferimenti presenti nel file xml trasmesso al Sistema di Interscambio (SdI). Deve esserci corrispondenza tra i due files e per poterla dimostrare sarà necessario conservare gli esiti o le ricevute che vengono inviate dal SdI nel momento in cui il file viene preso in carico, nel momento della consegna dello stesso al destinatario, terminando poi con la sua accettazione. In queste fasi infatti il SdI attribuisce al file un codice alfanumerico che rende il documento univoco.
Il secondo chiarimento fornito dall’Agenzia delle Entrate riguarda la determinazione del credito d’imposta risultante dall’eccedenza Ace. Il Dm del 3 agosto 2017 ha reso possibile, per le ditte individuali e le società di persone, la conversione dell’eccedenza Ace in credito d’imposta da attribuire ai soci oppure alla società stessa. Prima del chiarimento ci si poneva il dubbio in merito all’aliquota con cui determinare il credito di imposta; il problema si evidenziava soprattutto nel caso di società in cui i soci potessero essere assoggettati a differenti aliquote IRPEF. Nell’ambito delle società di capitali che aderiscono al regime di trasparenza fiscale, la circolare n° 21E del 2015, aveva già chiarito che le eccedenze Ace, determinate in capo alla società partecipata, devono essere attribuite a ciascun socio proporzionalmente alla sua quota di partecipazione agli utili. Il socio in questione potrà portare in deduzione, del proprio reddito d’impresa conseguito, l’eccedenza Ace e qualora questa sia maggiore del reddito in esame potrà riportarla in deduzione nei successivi periodi d’imposta oppure trasformarla in credito d’imposta da utilizzare ai fini IRAP. In quest’ ultimo caso, sulla base dei chiarimenti forniti dall’ Agenzia delle Entrate, il credito d’imposta dovrà essere determinato secondo gli scaglioni di reddito e le rispettive aliquote previste dall’art. 11 del TUIR come riassunto nella successiva tabella.

Scaglione di reddito Aliquota
Fino a 15.000 € 23%
Oltre 15.000 e fino a 28.000 € 27%
Oltre 28.000 € e fino a 55.000 € 38%
Oltre 55.000 € e fino a 75.000 € 41%
Oltre 75.000 € 43%

L’Agenzia delle Entrate fornisce il seguente esempio in merito:

supponendo un’eccedenza Ace di 20.000 €, questa darà vita ad un credito d’imposta Irap pari a 4.800 € determinato applicando il 23% su 15.000 euro (3.450 euro) ed il 27% sul residuo 5.000 (1.350 euro), a prescindere dai scaglioni di reddito dei singoli soci della società.

 

Fonte: Il Sole 24 Ore
Notizia del: 25/05/2018
Vending machine SI all' Iperammortamento

Con la Circolare del 23 maggio 2018, n. 177355, il Ministero dello Sviluppo Economico ha ritenuto opportuno dettare ulteriori istruzioni applicative sulla disciplina dell’Iperammortamento. Tali istruzioni rappresentano un’integrazione delle “linee guida tecniche” contenute nella Parte Terza della circolare Agenzia delle Entrate-Ministero dello Sviluppo economico n. 4 del 30 marzo 2017 e dei chiarimenti successivamente forniti sotto forma di risposte a “Quesiti Profili Tecnologici Iper e Super Ammortamento” in data 19 maggio e 12 luglio 2017.
Nella circolare viene subito esplicitato che i chiarimenti oggetto della stessa devono considerarsi valevoli anche per gli investimenti effettuati nel corso del primo periodo d’imposta di applicazione della disciplina agevolativa e quindi per l’esercizio 2017.

Di conseguenza, qualora vi siano beni acquistati e messi in funzione nel corso del 2017 per i quali, in via prudenziale, l’impresa abbia preferito non applicare l’agevolazione, grazie ai chiarimenti forniti dal MISE sarà possibile recuperare la quota di Iperammortamento relativa al 2017 nel modello Redditi 2018. Restano fermi, ovviamente, i termini previsti per poter usufruire dell’agevolazione e le condizioni inerenti la perizia giurata o l’attestato di conformità o la dichiarazione del legale rappresentante.
La circolare chiarisce che indipendentemente dal settore economico di appartenenza dell’impresa e dal prodotto finale delle attività aziendali, la possibilità di fruire fiscalmente della maggiorazione (del 150%) delle quote di ammortamento ha come condizione che i beni materiali (o immateriali) oggetto d’investimento siano riconducibili a una delle voci contemplate nell’allegato A (o nell’allegato B) della legge n. 232 del 2016 e soddisfino il requisito dell’interconnessione.
Nel caso delle vending machine il MISE afferma che possono essere considerate a tutti gli effetti “negozi automatici”, essendo in grado di provvedere autonomamente (e automaticamente) al servizio di vendita di prodotti finiti e/o alla somministrazione di alimenti e bevande in esse contenuti. I distributori automatici possono essere ricompresi, secondo il Ministero dello Sviluppo Economico, all’interno del punto 12 della tabella A) (magazzini automatizzati interconnessi ai sistemi gestionali di fabbrica) e dunque sono potenzialmente agevolabili.
Tuttavia, dall’esame delle varie tipologie di macchinari in esame, è emerso che solo i distributori automatici di ultima generazione posseggono le caratteristiche idonee per soddisfare il requisito dell’interconnessione. I macchinari devono infatti essere in grado di scambiare informazioni in maniera bidirezionale: in ingresso e in uscita. In particolare:
• In ingresso devono esser idonei a ricevere istruzioni da remoto come, ad esempio, la modifica dei dati e dei parametri di configurazione della macchina o la variazione del listino prezzi;
•  In uscita devono poter comunicare informazioni quali lo stato componenti della macchina, la contabilità, quantità prodotti contenuti o altre informazioni di natura logistica e diagnostica.
Ultima precisazione che viene fatta nella circolare è in merito al fatto che l’utilizzo del beneficio deve ovviamente considerarsi subordinato anche alla condizione che i suddetti distributori automatici soddisfino gli standard di compliance fiscale, già in vigore ma anche futuri, come la memorizzazione elettronica e la trasmissione telematica dei dati dei corrispettivi.

Fonte: Ministero dello Sviluppo Economico
Notizia del: 25/05/2018
Privacy: da oggi in vigore il GDPR guida registro dei trattamenti

Parte oggi l'obbligo di adeguamento al Regolamento Europeo sulla Privacy. Il Regolamento entra in vigore anche in assenza delle norme di coordinamento del legislatore italiano che non ha pubblicato in tempo il decreto legislativo già approvato in via preliminare dal Consiglio dei Ministri il 21 marzo.

Oggi prendiamo in esame il registro dei trattamenti che pur non essendo sempre obbligatorio è sempre consigliato perchè rappresenta il documento che comprova tutte le misure che si sono prese per la protezione dei dati personali gestiti.

Il registro delle attività di trattamento è previsto dall'art. 30  del Regolamento Europeo che lo rende obbligatorio per le imprese o organizzazioni con piu' di 250 dipendenti e in tutti i casi in cui il trattamento dei dati personali  presenta un rischio per i diritti e le libertà dell’interessato, o includa il trattamento di categorie particolari di dati  personali che rivelino l’origine razziale o etnica, le opinioni politiche, le convinzioni religiose o filosofiche, o l’appartenenza sindacale, nonché vengono trattati dati genetici, dati biometrici intesi a identificare in modo univoco una persona fisica, dati relativi alla salute o alla vita sessuale o all’orientamento sessuale della persona (art. 9 c.1) o dati personali relativi a condanne penali e a reati di cui all’articolo 10.

Il registro dei trattamenti deve essere tenuto dal ogni titolare del trattamento o dal suo rappresentanteper registrare tutte le attività di trattamento svolte sotto la propria responsabilità.

Il registro deve contenere tutte le seguenti informazioni:
a) il nome e i dati di contatto del titolare del trattamento e, ove applicabile, del contitolare del trattamento, del rappresentante del titolare del trattamento e del responsabile della protezione dei dati;
b) le finalità del trattamento;
c) una descrizione delle categorie di interessati e delle categorie di dati personali;
d) le categorie di destinatari a cui i dati personali sono stati o saranno comunicati, compresi i destinatari di paesi terzi od organizzazioni internazionali;
e) ove applicabile, i trasferimenti di dati personali verso un paese terzo o un’organizzazione internazionale, compresa l’identificazione del paese terzo o dell’organizzazione internazionale e, per i trasferimenti di cui al secondo comma dell’articolo 49, la documentazione delle garanzie adeguate;
f ) ove possibile, i termini ultimi previsti per la cancellazione delle diverse categorie di dati;
g) ove possibile, una descrizione generale delle misure di sicurezza tecniche e organizzative

Ogni responsabile del trattamento e, ove applicabile, il suo rappresentante tengono un registro di tutte le categorie di attività relative al trattamento svolte per conto di un titolare del trattamento, contenente:
a) il nome e i dati di contatto del responsabile o dei responsabili del trattamento, di ogni titolare del trattamento per conto del quale agisce il responsabile del trattamento, del rappresentante del titolare del trattamento o del responsabile del trattamento e, ove applicabile, del responsabile della protezione dei dati;
b) le categorie dei trattamenti effettuati per conto di ogni titolare del trattamento;
c) ove applicabile, i trasferimenti di dati personali verso un paese terzo o un’organizzazione internazionale, compresa l’identificazione del paese terzo o dell’organizzazione internazionale e, per i trasferimenti di cui al secondo comma dell’articolo 49, la documentazione delle garanzie adeguate;
d) ove possibile, una descrizione generale delle misure di sicurezza tecniche e organizzative.

I registri dei trattamenti sono tenuti in forma scritta, anche in formato elettronico e devono essere messi a disposizione delle autorità di controllo.

 

Fonte:
Notizia del: 25/05/2018
Privacy 2018: da domani il nuovo approccio basato sul rischio

Da domani sarà pienamente operativo il nuovo Regolamento europeo sulla privacy. Recentemente, il Garante della privacy ha pubblicato una guida aggiornata all’applicazione del regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali. Il maggior cambiamento riguarda l’accountability. In generale infatti, una delle principali novità del regolamento è la “responsabilizzazione” o accountability di titolari e responsabili cioè “l’adozione di comportamenti attivi che dimostrino la concreta adozione di misure finalizzate alla corretta applicazione del regolamento privacy”. Si tratta di una grande novità per la protezione dei dati in quanto viene affidato ai titolari il compito di decidere autonomamente le modalità, le garanzie e i limiti del trattamento dei dati personali – nel rispetto delle disposizioni normative e alla luce di alcuni criteri specifici indicati nel regolamento tra cui:

  • “data protection by default and by design”: prevede di configurare a monte il trattamento prevedendo fin dall’inizio le garanzie indispensabili “al fine di soddisfare i requisiti” del regolamento e tutelare i diritti degli interessati.
  • rischio inerente al trattamento: rischio di impatti negativi sulle libertà e i diritti degli interessati che dovranno essere analizzati attraverso un apposito processo di valutazione tenendo conto dei rischi noti o evidenziabili e delle misure tecniche e organizzative anche di sicurezza che il titolare ritiene di dover adottare per mitigare tali rischi
  • l’intervento delle autorità di controllo sarà principalmente “ex post”, ossia si collocherà successivamente alle determinazioni assunte autonomamente dal titolare. Alle autorità di controllo, e in particolare al “Comitato europeo della protezione dei dati” (l’erede dell’attuale Gruppo “Articolo 29”) spetterà un ruolo fondamentale al fine di garantire uniformità di approccio e fornire ausili interpretativi e analitici: il Comitato è chiamato, infatti, a produrre
    • linee-guida
    • documenti di indirizzo per garantire quegli adattamenti che si renderanno necessari alla luce dello sviluppo delle tecnologie e dei sistemi di trattamento dati.

Il registro deve avere forma scritta, anche elettronica, e deve essere esibito su richiesta al Garante. Tutti i titolari e i responsabili di trattamento, devono tenere un registro delle operazioni di trattamento tranne gli organismi con meno di 250 dipendenti che non effettuano trattamenti a rischio.
Anche la designazione di un “responsabile della protezione dati” (RPD, ovvero DPO se si utilizza l’acronimo inglese: Data Protection Officer) riflette l’approccio responsabilizzante che è proprio del regolamento essendo finalizzata a facilitare l’attuazione del regolamento da parte del titolare/responsabile. In particolare, in merito al Responsabile della Protezione dei Dati si ricorda che il 26 marzo il Garante della Privacy ha pubblicato la rispsota alle FAQ più comuni per gli organismi privati (qui allegate).

 

Fonte: Fisco e Tasse
Notizia del: 24/05/2018

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