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Whitelist - Blacklist: chiarimenti a Telefisco 2019

Continua lo scambio automatico delle informazioni finanziarie tra più di 100 Stati nel mondo, così come risulta dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale di mercoledì 6 febbraio del DL 29.1.2019 che aggiorna l'elenco delle giurisdizioni che partecipano alla Common reporting standard (CRS). I cd "paradisi fiscali" si stanno quindi riducendo.

In questo quadro si inseriscono le risposte fornite dall'Agenzia delle Entrate nel corso di Telefisco 2019, l'incontro annuale tra l'amministrazione finanziaria e la stampa specializzata. Per prima cosa è stato chiesto se nel livello di tassazione effettiva italiana con il quale confrontrare quella estera debba essere considerata oppure no l'IRAP. Infatti, com'è noto, l'articolo 167, comma 4, del TUIR considera a "fiscalità privilegiata" i soggetti controllati non residenti che sono assoggettati a tassazione effettiva inferiore alla metà di quella a cui sarebbero stati soggetti qualora  residenti. Nella risposta, riportata sul Sole24ore del 1.2.2019 a pagina 18, l'Agenzia delle Entrate ha specificato che nel confronto tra tax rate effettivo e tax rate virtuale, bisogna fare riferimenti solo alle imposte sui redditi senza considerare l'IRAP.

Nel secondo quesito è stato chiesto come dovesse essere interpretata la norma della Legge di bilancio 2018 (articolo 1, comma 1007 Legge 205/2017) che regola il caso in cui al momento della percezione degli utili, la società estera beneficia di una regime fiscale privilegiato ma non ne beneficiava nell'anno della produzione del reddito. La norma però non regola il caso inverso.  Nella propria risposta l'Agenzia delle Entrate ha chiarito che l'intento della norma è quello di tutelare coloro che avevano confidato sul fatto che il Paese non fosse un paradiso fiscale, se il Paese a sua volta soddisfa i requisiti previsti dall'articolo 167, comma 4 del TUIR ovvero:

  • a) sono assoggettati a tassazione effettiva inferiore alla meta' di quella a cui sarebbero stati soggetti qualora residenti in Italia. Con provvedimento del Direttore dell'Agenzia delle entrate sono indicati i criteri per effettuare, con modalita' semplificate, la verifica della presente condizione, tra i quali quello dell'irrilevanza delle variazioni non permanenti della base imponibile;
  • b) oltre un terzo dei proventi da essi realizzati rientra in una o piu' delle seguenti categorie:
    • 1) interessi o qualsiasi altro reddito generato da attivi finanziari;
    • 2) canoni o qualsiasi altro reddito generato da proprieta' intellettuale;
    • 3) dividendi e redditi derivanti dalla cessione di partecipazioni;
    • 4) redditi da leasing finanziario;
    • 5) redditi da attivita' assicurativa, bancaria e altre attivita' finanziarie;
    • 6) proventi derivanti da operazioni di compravendita di beni con valore economico aggiunto scarso o nullo, effettuate con soggetti che, direttamente o indirettamente, controllano il soggetto controllato non residente, ne sono controllati o sono controllati dallo stesso soggetto che controlla il soggetto non residente;
    • 7) proventi derivanti da prestazioni di servizi, con valore economico aggiunto scarso o nullo, effettuate a favore di soggetti che, direttamente o indirettamente, controllano il soggetto controllato non residente, ne sono controllati o sono controllati dallo stesso soggetto che controlla il soggetto non residente; ai fini dell'individuazione dei servizi con valore economico aggiunto scarso o nullo si tiene conto delle indicazioni contenute nel decreto del Ministro dell'economia e delle finanze emanato ai sensi del comma 7 dell'articolo 110.

Pertanto, la disposizione di favore prevista dalla Legge di bilancio 2018 non si applica ai dividendi formati in un Paese considerato a fiscalità privilegiata secondo le norme vigenti al tempo, e ora non più paradisiaco.

Fonte: Il Sole 24 Ore
Notizia del: 15/02/2019
Detrazioni interessi mutuo misto: per le Entrate è possibile

Si possono portare in detrazione gli interessi passivi relativi al mutuo sia con riferimento alla somma utilizzata per l’acquisto dell'immobile che a quella utilizzata per la sua ristrutturazione? La soluzione è nella risposta 38 dell'Agenzia delle Entrate del 12 febbraio 2019.

In linea generale, l’articolo 15, comma 1-ter, del TUIR, prevede la detrazione dall’IRPEF di un importo pari al 19% degli interessi passivi pagati in dipendenza di mutui, garantiti da ipoteca, contratti per la costruzione dell’unità immobiliare da adibire ad abitazione principale, per un ammontare complessivo non superiore ad euro 2.582,28. Con il DM 30 luglio 1999, n. 311 sono state stabilite le modalità e le condizioni alle quali è subordinata la detrazione. In particolare, è disposto che tale detrazione è ammessa a condizione che i lavori di costruzione o ristrutturazione abbiano inizio nei sei mesi antecedenti o nei diciotto mesi successivi alla data di stipula del mutuo da parte del soggetto che sarà il possessore a titolo di proprietà o altro diritto reale dell’unità immobiliare da costruire o ristrutturare e che quest’ultima sia adibita ad abitazione entro sei mesi dal termine dei lavori. Al riguardo, la circolare n. 7/E del 27 aprile 2018 riepiloga le seguenti condizioni per fruire della detrazione in argomento:

  • l’unità immobiliare che si costruisce o ristruttura deve essere quella nella quale il contribuente o i suoi familiari intendono dimorare abitualmente;
  • il mutuo deve essere stipulato entro sei mesi antecedenti o diciotto mesi successivi alla data di inizio dei lavori di costruzione;
  • l’immobile deve essere adibito ad abitazione principale entro sei mesi dalla fine dei lavori;
  • il contratto di mutuo deve essere stipulato dal soggetto che avrà il possesso dell’unità immobiliare a titolo di proprietà o altro diritto reale.

Nel caso di specie, il diritto a fruire della detrazione per interessi passivi relativi alla costruzione della nuova unità immobiliare sorgerà solo a condizione che l’istante provveda a trasferirvi la propria dimora abituale nei sei mesi successivi alla fine dei lavori. Per completezza, si segnala che il beneficio in questione deve essere rapportato al costo effettivo sostenuto dal contribuente per la costruzione dell’immobile e che tale adempimento dovrà essere posto in essere al termine dei lavori. La detrazione, infatti, spetta limitatamente agli interessi relativi all’ammontare del mutuo effettivamente utilizzato e quindi gli importi devono essere rapportati alle spese documentate e sostenute, mentre, non spetta sugli interessi che si riferiscono alla parte di mutuo eccedente l’ammontare delle spese documentate.

Ai fini della detrazione, inoltre, il contribuente deve essere in possesso

  • delle quietanze di pagamento degli interessi passivi relativi al mutuo,
  • della copia del contratto di mutuo dal quale risulti che lo stesso è stato stipulato per realizzare gli interventi di costruzione/ristrutturazione,
  • oltre che della copia della documentazione comprovante l’effettivo sostenimento delle spese di realizzazione degli interventi medesimi.

Sempre la circolare n. 7/E del 2018 chiarisce che la detrazione per mutui contratti per la costruzione/ristrutturazione dell’abitazione principale è cumulabile con quella prevista per gli interessi passivi relativi ai mutui ipotecari contratti per l’acquisto dell’abitazione principale soltanto per il periodo di durata dei lavori di costruzione dell’unità immobiliare, nonché per il periodo di sei mesi successivi al termine dei lavori stessi. Tale cumulo è ammesso anche nel caso in cui, come nella specie, il contribuente contragga un mutuo cd. misto, ossia stipulato sia per l’acquisto che per la ristrutturazione dell’immobile da adibire ad abitazione principale. 

Attenzione va prestata al fatto che se l’immobile è adibito ad abitazione principale

  • oltre sei mesi dalla conclusione dei lavori ma, comunque, entro due anni dall’acquisto, spetterà solo la detrazione degli interessi relativi al mutuo per l’acquisto;
  • oltre due anni dall’acquisto, ma entro sei mesi dalla conclusione dei lavori, spetterà solo la detrazione degli interessi relativi al mutuo per la ristrutturazione se l’immobile è adibito ad abitazione principale oltre due anni dall’acquisto e oltre sei mesi dalla chiusura dei lavori le detrazioni non spettano.

Ciò premesso, qualora siano rispettate tutte le condizioni, l’istante può usufruire “cumulativamente”  ma soltanto per il periodo di durata dei lavori di costruzione dell’unità immobiliare, nonché per il periodo di sei mesi successivi al termine dei lavori stessi, delle detrazione degli interessi passivi riferita a contratti di mutuo stipulati per l’acquisto dell’unità immobiliare da adibire ad abitazione principale e delle detrazione degli interessi passivi relativa a contratti di mutuo stipulati per la costruzione/ristrutturazione dell’unità immobiliare da adibire ad abitazione principale. Tuttavia, considerato che, al termine dei lavori di sdoppiamento e ristrutturazione, verranno create due unità immobiliari, l’istante potrà beneficiare della detrazione soltanto per la parte di mutuo riferibile all’immobile che sarà adibito a dimora abituale.

Fonte: Fisco e Tasse
Notizia del: 15/02/2019
Rottamazione-ter 2019: domanda entro il 30 aprile

La cosiddetta rottamazione-ter, prevista dal decreto fiscale 119/2018 collegato alla Legge di bilancio 2019, consente ai contribuenti di pagare in forma agevolata senza corrispondere le sanzioni e gli interessi di mora, i debiti affidati alla riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2017. Si ricorda brevemente che per le multe stradali, invece, non si devono pagare gli interessi di mora e le maggiorazioni previste dalla legge.

In particolare, il termine entro il quale va presentata la domanda è fissato dalla legge al 30 aprile 2019. L'entrata in vigore del “Decreto semplificazioni”, dopo la legge di conversione che ne ha ampiamente modificato il testo, rende possibile dietro presentazione del modello di adesione, l’accesso alla cosiddetta rottamazione ter anche per i contribuenti che non hanno provveduto al pagamento previsto entro il 7 dicembre 2018 delle rate della “rottamazione bis” (DL 148/2017) scadute nei mesi di luglio, settembre e ottobre 2018. Per questi debiti è possibile suddividere il dovuto in 10 rate consecutive di pari importo con scadenza 31 luglio e 30 novembre 2019, e poi febbraio, maggio, luglio e novembre degli anni 2020 e 2021 (la rottamazione ordinaria prevede 18 rate e termina nel 2023). Resta sempre la possibilità di versare le somme dovute a titolo di definizione agevolata in un’unica soluzione entro il 31 luglio 2019

In generale, i contribuenti che intendono aderire alla “rottamazione ter” delle cartelle possono compilare e inviare le richieste direttamente online dal portale ww.agenziaentrateriscossione.gov.it con il servizio “Fai D.A. te”, disponibile sia in area pubblica, senza la necessità di pin e password ma allegando il proprio documento di identità, sia nell’area riservata del sito per chi accede utilizzando Spid o le credenziali personali fornite da Agenzia delle entrate o dall’Inps.

Per utilizzare il servizio “Fai D.A. te” in area pubblica, bisogna

  1. accedere alla home page del portale ed entrare nella pagina dedicata alla Definizione Agevolata 2018
  2. cliccare sull’apposito link,
  3. richiedere via email il “prospetto informativo”, cioè l’elenco delle cartelle e avvisi di pagamento che possono essere “rottamati” e l’importo dovuto “scontato” delle sanzioni e degli interessi di mora.

Quando il contribuente è in possesso di tutte le informazioni necessarie sulla propria situazione debitoria, può cliccare sul link che consente di compilare direttamente sullo schermo il modello DA-2018, cioè la domanda per “rottamare” cartelle e avvisi. È necessario inserire i dati anagrafici, di domiciliazione, di contatto e indicare un indirizzo e-mail di riferimento. Bisogna poi inserire i riferimenti delle cartelle o degli avvisi che si vogliono definire in forma agevolata e allegare i documenti di riconoscimento (documento di identità e dichiarazione sostitutiva attestante la qualifica del dichiarante). Infine, come ultimo passaggio, dopo aver verificato il riepilogo dei dati, il contribuente deve indicare se intende pagare in un’unica soluzione oppure a rate e inviare la domanda. L’Agenzia trasmetterà una prima e-mail contenente un link per la convalida della richiesta che dovrà essere effettuata entro le 72 ore successive dalla ricezione. Successivamente il contribuente riceverà una seconda e-mail di presa in carico della domanda con il numero identificativo della pratica e il riepilogo dei dati inseriti.

In alternativa, il modello di domanda DA-2018 può essere trasmesso tramite posta elettronica certificata (pec), all’indirizzo della direzione regionale di riferimento indicata sul modulo oppure presentato agli sportelli di Agenzia delle entrateRiscossione. 

Fonte: Fisco e Tasse
Notizia del: 15/02/2019
Il Codice della crisi di impresa ed insolvenza è in Gazzetta Ufficiale

Sulla Gazzetta Ufficiale del 14 febbraio 2019 (Serie Generale n. 38 del 14.02.2019 - Suppl. Ordinario n. 6) è stato pubblicato l’attesissimo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza.

Per il nuovo “diritto della crisi e dell’insolvenza” la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale rappresenta l’ultimo adempimento formale, ponendo così fine alla gestazione parlamentare che ha attraversato, trasversalmente, ben due legislature, e che ha trovato la propria composizione nella venuta alla luce del Codice in questione.

Anche il nostro ordinamento risulta in tal modo dotato di un “diritto della crisi e dell’insolvenza” che, archiviandolo, si sostituisce a quello che, nel linguaggio quotidiano, come pure in quello tecnico, era stato indicato come “diritto fallimentare”.

Come piu' volte evidenziato nei nostri contributi, in perfetta linea con le tendenze normative e le istanze politiche provenienti dall’Europa, il termine “fallimento”, insieme a tutte le relative derivazioni linguistiche, è stato messo al bando, per lasciare spazio a una terminologia più “soft”, e maggiormente rispettosa di chi, volente o nolente, si imbatte in un dissesto imprenditoriale "liquidazione giudiziale".

Tra il nuovo glossario dell'insolvenza si aggiunge anche l'espressione "liquidazione giudiziale", utilizzata dal legislatore per indicare tutta la fase successiva ai tentativi di salvataggio che non hanno sortito buon esito.

Come noto, l’obiettivo principale perseguito dal legislatore interno, è stato appunto quello di mettere a disposizione di chi opera nel settore impresa, gli arnesi indispensabili per prevenire, o al massimo arginare, le situazioni di crisi e di insolvenza dell’impresa. Il nuovo Codice, prendendo spunto e quindi adeguandosi a prestigiose esperienze di altri Stati, ha predisposto le procedure di allerta, anticipando (temporalmente, ma non solo) la messa in campo del nuovo “diritto della crisi e dell’insolvenza”.

La tempistica.

Quando alla cronologia, il legislatore, consapevole della complessa portata, come pure dell’impatto della riforma nei disparati ambiti che interessa, ha scandito in più fasi, diluendo nel tempo, la portata operativa ed applicativa delle disposizioni.

- 12 gennaio 2019: data riportata dal decreto legislativo (che era stato licenziato dall’Esecutivo il 10 gennaio).

- 14 febbraio 2019: data di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

- 16 marzo 2019: corrisponde al trentesimo giorno successivo alla pubblicazione (14 febbraio) nella Gazzetta Ufficiale del decreto, il cui articolo 389, al comma II, statuisce l’entrata in vigore degli articoli:

  • 27 comma I, Competenza per materia e per territorio;
  • 350, Modifiche alla disciplina dell’amministrazione straordinaria;
  • 356, Albo dei soggetti incaricati dall’autorità giudiziaria delle funzioni di gestione e di controllo nelle procedure di cui al codice della crisi e dell’insolvenza;
  • 357, Albo dei soggetti incaricati dall’autorità giudiziaria delle funzioni di gestione e di controllo nelle procedure di cui al codice della crisi e dell’insolvenza;
  • 359, Area web riservata;
  • 363, Certificazione dei debiti contributivi e per premi assicurativi;
  • 364, Certificazione dei debiti tributari;
  • 366, Modifica all’articolo 147 del Testo unico in materia di spese di giustizia;
  • 375, Assetti organizzativi dell’impresa;
  • 377, Assetti organizzativi societari;
  • 378, Responsabilità degli amministratori;
  • 379, Nomina degli organi di controllo (che tuttavia dovrà avvenire entro i successivi nove mesi);
  • 385, Modifiche all’articolo 3 del decreto legislativo n. 122 del 2005;
  • 386, Modifiche all’articolo 4 del decreto legislativo n. 122 del 2005;
  • 387 Modifiche all’articolo 5 del decreto legislativo n. 122 del 2005;
  • 388 Modifiche all’articolo 6 del decreto legislativo n. 122 del 2005.

- 15 agosto 2020: data di entrata in vigore della maggior mole dell’articolato

La disciplina transitoria.

L’articolo 390 reca tre importanti precisazioni.

  • Data di deposito dei ricorsi e proposte per attivare le procedure. I ricorsi per la dichiarazione di fallimento  e  le  proposte  di concordato fallimentare, i ricorsi per l’omologazione degli  accordi di ristrutturazione, per l’apertura del  concordato  preventivo,  per l’accertamento dello stato di insolvenza  delle  imprese  soggette  a liquidazione coatta amministrativa e le  domande  di  accesso  alle procedure  di  composizione   della   crisi   da   sovraindebitamento depositati prima dell’entrata in vigore del decreto in esame, sono definiti secondo le disposizioni del regio decreto 16 marzo 1942,  n. 267 (cd. Legge Fallimentare), nonché della L. 27 gennaio 2012, n. 3 (“Disposizioni in materia di usura e di estorsione, nonché di composizione delle crisi da sovraindebitamento”).
  • Procedure pendenti. Le procedure di fallimento e le altre procedure sunnominate, pendenti alla data di entrata  in vigore del decreto in commento, nonché le procedure aperte a seguito della definizione  dei ricorsi e delle domande  di  cui  al  medesimo  comma, sono definite secondo le disposizioni della cd. Legge Fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267), nonché della disciplina sul sovraindebitamento (L. 27 gennaio 2012, n. 3).
  • Norme penali. Quando, in relazione a ogni procedura succitata, risultino commessi i fatti puniti dalle norme penali del titolo VI del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, nonché della sezione III del capo II della L. 27 gennaio 2012, n. 3, agli stessi fatti si applica tale pregressa disciplina, con esclusione, quindi, delle disposizioni contenute sul nuovo Codice.
Fonte: Fisco e Tasse
Notizia del: 15/02/2019
Regime impatriati: casi pratici analizzati dall'Agenzia

L'Agenzia delle entrate ha pubblicato tre risposte ad altrettante istanze di interpello,  in tema di regime speciale per i lavoratori impatriati previsto dall’articolo 16 del “decreto internazionalizzazione” (Dlgs 147/2015). Il regime speciale prevede una tassazione ridotta del 50% per 5 anni dal momento in cui il lavoratore con alta qualifica e specializzazione in cui  riprende  la residenza  in Italia e si impegna a mantenerla per almeno due anni.  I tre casi pratici  analizzati erano i seguenti :

Quesito e Risposta 32/2019

"Il regime speciale per gli impatriati è applicabile a un lavoratore, laureatosi in Italia, residente all’estero e iscritto all’Aire (dal 16 giugno 2017) che, dopo aver frequentato un corso universitario in Francia (dal 5 gennaio al 21 dicembre 2017) si è successivamente trasferito nel Regno Unito (nel 2018) dove attualmente lavora (dal 16 aprile 2018) e vive, qualora nel 2019 decida di rientrare in Italia?"

L'agenzia ricorda che sulla base di quanto previsto dall’articolo 16 e, in particolare, dal comma 2  destinatari del regime di favore sono i cittadini dell’Ue (o di uno Stato extraeuropeo con il quale è in vigore una convenzione contro le doppie imposizioni che presentano i seguenti requisiti:

  •     sono laureati
  •     negli ultimi ventiquattro mesi o più hanno svolto continuativamente un’attività di lavoro o studio fuori dall’Italia
  •     svolgono un’attività di lavoro autonomo o dipendente in Italia.

La risposta quindi è negativa in quanto  sebbene risulti soddisfatto il requisito della “non residenza in Italia”,  il lavoratore che rientri nel 2019 non puo vantare un’attività continuativa di lavoro o studio fuori dall’Italia negli ultimi ventiquattro mesi. 

Quesito Risposta 34/2019

"Il regime speciale per gli impatriati è applicabile a un lavoratore nato in Belgio, laureatosi in ingegneria civile a Pisa nel 2000, che è stato residente all’estero dal 15 maggio 2011 al 19 luglio 2018 (periodo durante il quale ha svolto ininterrottamente attività di lavoro dipendente presso una società) e che successivamente ha trasferito la residenza in Italia (20 luglio 2018) ed è stato assunto (con contratto a tempo determinato per cinque anni con la qualifica di dirigente) da una società italiana (1° settembre 2018), impegnandosi a restare in Italia per almeno due anni?"

L’interpello è stato presentato dalla società che ha assunto il lavoratore.

In questo caso, sottolinea l’Agenzia, viene in rilievo la previsione del comma 1 dell’articolo 16, in base al quale al regime impatriati agevolato  possono accedere tutti i soggetti, cittadini e non dell’Unione europea, che trasferiscono in Italia la residenza fiscale a partire dal 2016, e che:

  •     non sono stati residenti in Italia nei cinque periodi d’imposta precedenti il trasferimento e si impegnano a restare in Italia per almeno due anni
  •     l’attività lavorativa viene svolta presso un’impresa residente in Italia con questa o con società che direttamente o indirettamente controllano la stessa 
  •     l’attività lavorativa è prestata prevalentemente in Italia
  •     lavoratori rivestono ruoli direttivi ovvero sono in possesso di requisiti di elevata qualificazione o specializzazione.

l’Agenzia da parere positivo  sull'accesso al regime degli impatriati con effetto a partire dal periodo d’imposta in cui ha trasferito la residenza fiscale in Italia, ossia dal 2019 e per i quattro successivi.

Quesito e Risposta 36/2019

"Si chiede se il regime degli impatriati è applicabile a un lavoratore che:

  •     è cittadino italiano, residente nel Regno Unito
  •     il 31 agosto 2012 si è iscritto un corso di laurea specialistica, conseguita il 4 febbraio 2014
  •     durante il corso di studi ha stipulato con una società inglese un contratto di stage (dal 5 agosto 2013 al 7 febbraio 2014)
  •     il 15 gennaio 2014 ha stipulato con la stessa società un contratto di lavoro a tempo indeterminato
  •     iscritto all’Aire dal 14 ottobre 2015 (risolto il 3 ottobre 2017)
  •     il 16 ottobre 2017 ha sottoscritto un nuovo contratto a tempo indeterminato con un’altra società
  •     nel 2019 rientrerà in Italia, trasferendovi la residenza e impegnandosi a mantenerla negli anni successivi.

Il dubbio dell’istante riguarda la circostanza che, nel caso in esame, l’attività lavorativa svolta nel Regno Unito ha subito un’interruzione (dal 3 al 16 ottobre 2017) tra la risoluzione del primo contratto di lavoro dipendente e l’inizio del nuovo lavoro. Inoltre, l’istante è iscritto all’Aire solo dal 14 ottobre 2015. Pertanto, è necessario capire se i due requisiti della residenza all’estero e del lavoro continuativo fuori dall’Italia debbano coesistere per tutto l’arco temporale dei ventiquattro mesi.

In questo caso si osserva che il lavoratore e iscritto all’Aire dal 14 ottobre 2015 e deve ritenersi fiscalmente non residente in Italia dal 2016. Quindi il periodo minimo di di residenza fiscale all’estero  è sopddisfatto  risulta soddisfatta con il periodo d’imposta 2017. anche se  il periodo lavorativo e il periodo di iscrizione all'AIRE non coincidono .

Invece sul  periodo di studio universitario  all'estero per un solo anno accademico se è stato comunque  conseguito un titolo  accademico in precedenza, il requisito puo ritenersi soddisfatto mentre se  non è stato acquisito un titolo di laurea nel territorio dello Stato prima di avere svolto attività lavorativa all’estero, per poter fruire del regime specialedovrà soddisfare contemporaneamente le condizioni previste dal comma 1, dell’articolo 16.

 

Fonte: Agenzia delle Entrate
Notizia del: 15/02/2019

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