Archivio per Categorie
« Ultime Notizie »
Archivio per Anno
Detrazione IVA fatture fine anno: polemiche dai commercialisti

Con un comunicato stampa del 21 gennaio 2020, i professionisti tramite ANC (Associazione Nazionale Commercialisti) e CONFIMI ( Confederazione dell'industria manufatturiera italiana e dell'impresa privata) hanno lamentato la disciplina prevista ai fini IVA per le fatture di fine anno.

Infatti, per il terzo anno consecutivo, con l’ultima liquidazione Iva dell’anno, gli operatori si sono dovuti misurare con le conseguenze derivanti da una normativa sulla detrazione particolarmente irrazionale. La Circolare n.1/E/2018 dell’Agenzia delle Entrate ha reinterpretato – secondi i canoni comunitari – gli articoli 19 e 25 del DPR n. 632/72, sancendo che la detrazione Iva è esercitabile in presenza di due condizioni:

  1. l’imposta sia relativa ad operazioni effettuate (ex art.167 Direttiva 2006/112/CE);
  2. le operazioni risultino documentate dal possesso di regolare fattura.

Il tutto, al più tardi, con la presentazione della dichiarazione relativa all’anno in cui si sono verificati entrambi i suddetti presupposti.

La Commissione UE ha confermato che gli Stati possono “esigere che il diritto a detrazione sia esercitato durante il periodo in cui è sorto” (c.d. principio della detrazione immediata), fermo restando che il precedente termine biennale non sarebbe in contrasto con la direttiva e che con la riduzione del termine biennale, disposta dal DL n. 50/2017, l’esercizio del diritto a detrazione non dovrebbe essere eccessivamente difficile o oneroso per un contribuente sufficientemente diligente, “purché le modalità di tale esercizio si iscrivano nelle disposizioni della direttiva 2006/112/CE, come nella fattispecie”.

Rispetto al requisito formale del possesso della fattura, le modifiche introdotte con il collegato fiscale alla Legge di bilancio 2019 (DL 119/2018) del dPR n.100/98 hanno sancito la possibilità di retroimputare al mese di effettuazione l’Iva le fatture ricevute in tempo utile e precisamente entro il 15 del mese successivo. Con dette modifiche il legislatore ha tuttavia escluso detta possibilità “per i documenti di acquisto relativi ad operazioni effettuate nell’anno precedente” ossia per le fatture arrivate nei primi giorni dell’anno successivo.

È chiaro, dunque, che il principio della retro imputazione non contrasta con i principi unionali: a confermarlo anche la comunicazione della Commissione UE (TAXUD C3 D(2018)6177124 del 13/11/2018) che contiene l’invito a presentare una nuova denuncia laddove, nonostante la modifica introdotta dal DL 119, si dovessero ancora “nutrire dubbi riguardo alla compatibilità del dPR 100/98 con il diritto dell’UE”. Dubbio, come detto, definitivamente rimosso.

Il problema che si pone, semmai è se questo principio possa funzionare solo per 11 mesi su 12 e se sia pertanto lecito, secondo i canoni comunitari, che il legislatore introduca l’eccezione che si abbatte sulle fatture arrivate dal 1 al 15 gennaio dell’anno successivo. Non è possibile che, sulla stessa cosa, le regole funzionino per 11 mesi in un modo e a fine anno (fatture che arrivano a gennaio successivo) in un altro. Non vi sono motivi, se non quelli di voler far cassa giocando sulle differenze temporanee dei flussi ma il principio di neutralità vieta che l’Iva gravi sugli operatori intermedi.

Il comunicato termina chiarendo che per ora i professionisti attenderanno la conversione del milleproroghe dopodiché, se non arriveranno soluzioni si rivolgeranno con denuncia alla Commissione UE.

Fonte: Fisco e Tasse
Notizia del: 2020-01-23
Fornitura di software: nessuna comunicazione per i market place

L'articolo 13 del Decreto Dignità (DL 34/2019) prevede che il soggetto passivo che facilita, tramite l'uso di un'interfaccia elettronica quale un mercato virtuale, una piattaforma, un portale o mezzi analoghi, le vendite a distanza di beni importati o le vendite a distanza di beni all'interno dell'Unione europea è tenuto a trasmettere entro il mese successivo a ciascun trimestre, secondo termini e modalità stabiliti con provvedimento del direttore dell'Agenzia delle entrate, per ciascun fornitore i seguenti dati:

  1. la denominazione o i dati anagrafici completi, la residenza o il domicilio, il codice identificativo fiscale ove esistente, l'indirizzo di posta elettronica;
  2. il numero totale delle unità vendute in Italia
  3. a scelta del soggetto passivo, per le unità vendute in Italia l'ammontare totale dei prezzi di vendita o il prezzo medio di vendita.

Il soggetto passivo è considerato debitore d'imposta per le vendite a distanza per le quali non ha trasmesso, o ha trasmesso in modo incompleto, i dati di cui sopra se non dimostra che l'imposta è stata assolta dal fornitore. Tali disposizioni si applicano fino al 31 dicembre 2020.

Dal quadro tratteggiato emerge che soltanto i soggetti passivi che facilitano le vendite a distanza - ossia, secondo la definizione normativa, coloro che consentono tramite un'interfaccia elettronica (intesa in senso ampio) un contatto tra venditore ed acquirente, ivi compresa la partecipazione, diretta o indiretta, ad almeno una delle attività - prima indicate - di determinazione delle condizioni generali della cessione, riscossione del pagamento effettuato, ordine o consegna dei beni, sono tenuti a comunicare i dati in loro possesso relativi alle vendite stesse.

La violazione dell'obbligo comporta l'essere considerati debitori d'imposta (con relativi oneri di versamento), salvo prova che l'IVA sia stata comunque assolta dal cedente/fornitore, ovvero, nel caso di trasmissione di dati incompleti, dimostrazione «di avere adottato tutte le misure necessarie per la corretta rilevazione e
individuazione dei dati presenti sulla piattaforma digitale».
Pertanto, la fornitura di un programma gestionale per consentire a soggetti che effettuano le vendite a distanza la creazione e utilizzo di negozi on-line, in relazione ai quali, tuttavia, il fornitore del programma medesimo non abbia titolo per effettuare attività di controllo e supervisione dei beni venduti, né per partecipare, anche indirettamente, all'ordinazione degli stessi o di svolgere alcuna delle attività di facilitazione previste dalla norma, è esclusa dall'applicazione degli obblighi individuati nel d.l. n. 34 del 2019. 

Fonte: Fisco e Tasse
Notizia del: 2020-01-23
Omesso versamento dell' iva e soglie più favorevoli al contribuente

La nuova soglia di punibilità più favorevole per il contribuente in caso di omesso versamento dell’Iva, si applica retroattivamente (ai sensi dell’art. 2, quarto comma, c.p.) e la nuova previsione è anche rilevabile d’ufficio dal giudice ove il ricorso sia inammissibile.

Ciò è quanto affermato dalla Corte di Cassazione con la recentissima Sentenza n. 2210 del 21 Gennaio 2020.

A tal proposito è opportuno ricordare che, al reato di omesso versamento iva, previsto dall’art. 10-ter d.lgs. n. 74/2000, ferma restando la pena della reclusione da 6 mesi a 2 anni, il D.l. 124/2019 ha apportato modifiche in termini di abbassamento della soglia di rilevanza penale.

Tali modifiche sono state tuttavia soppresse in sede di commissione e pertanto risulta confermata la soglia precedentemente prevista e pari ad euro 250.000 nel caso di omesso versamento dell’iva.

La norma in esame era infatti già stata emendata nel 2015, ad opera dell’art.8 d.lgs. 158/2015, che aveva innalzato la soglia di rilevanza penale per il reato di omesso versamento iva da 50.000 euro a 250 mila euro.

Nella vicenda sottoposta all’attenzione del giudice di legittimità, un imprenditore proponeva ricorso avverso la pronuncia della Corte d’Appello di Brescia che, confermando la decisione del giudice di primo grado, condannava l’imprenditore per omesso versamento iva di circa 123 mila euro avvenuto nel 2007.

A seguito dell’innalzamento della soglia avvenuta ad opera del legislatore nel 2015 tuttavia il reato contestato dall’ Agenzia delle Entrate diveniva irrilevante penalmente.

La Corte di Cassazione ha pertanto accolto il ricorso dell’imprenditore annullando la sentenza senza rinvio e dichiarando che il fatto non sussiste.

Si specifica tuttavia che, anche a fronte dell’assolvimento disposto a favore dell’imprenditore, il giudice di legittimità ha ricordato che l’amministrazione finanziaria risulta comunque legittimata ad accertare la violazione del contribuente ed irrogare la relativa sanzione in relazione all’imposta sotto-soglia dovuta e non versata.

Fonte:
Notizia del: 2020-01-23
Slot e videolottery: memorizzazione elettronica e trasmissione corrispettivi

Continuano i chiarimenti da parte dell'Agenzia delle Entrate in merito al trattamento fiscale di slot e videolottery. In particolare nella Risposta all'interpello 9 del 21 gennaio 2020 sono state date indicazioni in merito all'esonero dall'obbligo di memorizzazione elettronica e trasmissione telematica dei corrispettivi giornalieri per apparecchi da intrattenimento o divertimento installati in luoghi pubblici. Il documento è allegato a questo articolo.

Nel caso di specie, la società che ha presentato l'interpello, opera in qualità di Service per l'esecuzione della raccolta del gioco lecito mediante gli apparecchi ivi individuati. Tale attività è svolta sulla base di un mandato senza rappresentanza e quindi per conto del concessionario stesso: in particolare,

  • il gestore provvede alla raccolta delle somme di denaro giocate, comprensive di prelievo erariale unico (PREU) e di canone di concessione, relativamente agli apparecchi che si considerano idonei per il gioco lecito.
  • tali apparecchi, di proprietà del concessionario, sono collocati presso i locali degli esercenti che hanno sottoscritto, a loro volta, un contratto con il concessionario.

L'istante riferisce che per tale attività percepisce compensi distinti per tipologia di apparecchio gestito che viene annotato nel proprio registro dei corrispettivi per la quota spettante, tramite rendiconti ricevuti dal concessionario. L'istante percepisce, altresì, corrispettivi dalla gestione di apparecchi e congegni da divertimento ed intrattenimento senza vincita in denaro (giochi per bambini,flipper, freccette, biliardini, photoplay, etc.) in questo caso la verifica dell'introito incassato dagli apparecchi viene effettuata periodicamente e manualmente dai dipendenti dell'istante che provvedono a prelevare, conteggiare e comunicare l'importo all'ufficio contabilità, che provvede ad annotare nel registro dei corrispettivi con aliquota al 22%.

Nel rispondere l'Agenzia delle Entrate ha ricordato che il D. Lgs 127/2015 dispone che dal 1° gennaio 2020 i soggetti che effettuano le operazioni di cui all'articolo 22 del DPR 633/72, memorizzano elettronicamente e trasmettono telematicamente all'Agenzia delle entrate i dati relativi ai corrispettivi giornalieri. La memorizzazione elettronica e la connessa trasmissione dei dati dei corrispettivi sostituiscono gli obblighi di registrazione di cui all'articolo 24, primo comma, del suddetto decreto n. 633 del 1972. 

Per quanto riguarda le somme percepite con riferimento a new slot e Videolottery costituiscono il compenso per il servizio di raccolta delle giocate, esente da IVA.

Come chiarito dall'Agenzia delle Entrate anche i corrispettivi introitati con apparecchi da intrattenimento o divertimento installati in luoghi pubblici o locali aperti al pubblico, sono esonerati dall'obbligo di memorizzazione elettronica e trasmissione telematica dei corrispettivi giornalieri, fermo restando l'obbligo di annotazione delle operazioni nel registro dei corrispettivi di cui all'articolo 24 del decreto IVA. 

Fonte: Fisco e Tasse
Notizia del: 2020-01-23
Rimborso credito IVA alla società in liquidazione

L’art. 38-bis, comma 5, del cd. Decreto IVA (D.P.R.  n. 663 del 1972), ai sensi del quale, nei gruppi societari, la garanzia necessaria ai fini del rimborso del credito IVA in misura superiore a 30.000 euro, può essere prestata dalla società capogruppo o dalla controllante mediante diretta assunzione dell'obbligazione di integrale restituzione della somma rimborsata, si applica ai soli gruppi societari aventi un patrimonio superiore a 250 milioni di euro risultante dal bilancio consolidato.

Ciò è quanto recentemente chiarito dall’Agenzia delle Entrate, mediante Risposta n. 6 resa in data 17 gennaio 2020 (consultabile in allegato), a seguito dell’interpello avanzato da una società in liquidazione.

Il Quesito.

In particolare, la società istante (partecipata per il 50% da pubblica amministrazione e per l'altro 50% da una spa con patrimonio superiore ai 250 milioni a totale partecipazione pubblica), intendeva avvalersi dell’art. 38-bis, comma 5, del Decreto IVA.

Tale disposizione seppur prevista per i gruppi societari con una consistenza patrimoniale rilevante, secondo la richiedente, sarebbe applicabile anche nel proprio caso. Ciò grazie alla natura pubblica dei soggetti partecipanti all’istante,  che presterebbero dunque una garanzia fideiussoria idonea a tutelare il credito erariale, a prescindere dalla redazione di un bilancio consolidato di gruppo.

La Risposta dell’Agenzia delle Entrate.

Il parere reso dall’Agenzia delle Entrate risponde in maniera negativa alla richiesta della società.

In particolare viene stabilita la non applicabilità della norma in esame al caso di specie.

L’art. 38-bis, comma 5, del cd. Decreto IVA, riguarda infatti i soli gruppi di società con patrimonio risultante dal bilancio consolidato superiore a 250 milioni di euro.

La garanzia può essere prestata mediante diretta assunzione da parte della società capogruppo o controllante di cui all'articolo 2359 del c.c. dell’obbligazione di integrale restituzione della somma da rimborsare, maggiorata degli interessi, all'Amministrazione finanziaria.

Dopo aver evidenziato quanto sopra, l’Agenzia ha escluso l’applicabilità della norma al caso di specie in quanto non ha ravvisato i requisiti essenziali richiesti dalla disposizione e cioè:

  • l’esistenza di un bilancio consolidato di gruppo;
  • la presenza di una società capogruppo o controllante.

Tale soluzione è conforme anche all’interpretazione fornita dall’ Agenzia delle Entrate nella circolare del 30 dicembre 2014, n. 32/E.

Fonte: Fisco e Tasse
Notizia del: 2020-01-22
Revisori dei conti: incarichi spesso sottopagati. Lo denuncia l'UNGDCEC

Con un comunicato stampa pubblicato il 17 gennaio 2020 l’Unione nazionale dei giovani dottori commercialisti ed esperti contabili (Ungdcec) ha lamentato il dato secondo il quale quasi la metà dei commercialisti under 43 ritiene necessarie fra le 50 e le 100 ore annue per svolgere l’incarico di revisore; il 28 per cento degli intervistati pensa che siano congrue a questa attività fra le 100 e le 150 ore, il 16% giudica sufficienti 50 ore l’anno e solo secondo l’8% bisognerebbe dedicarvi più di 150 ore.

Al sondaggio proposto dall'UNGDCEC hanno partecipato oltre 1.500 commercialisti: il 5% di età inferiore ai 30 anni, il 38% fra 30 e 40 anni e il 57% over 40. Il campione è distribuito geograficamente per il 58% al Nord 21% al Centro e 22% al Sud.
Il sondaggio ha inoltre rilevato che il 21% dei colleghi intervistati ritiene adeguato per questo tipo di attività un compenso inferiore a 50 euro l’ora, nonostante le maggiori responsabilità che gli incarichi di revisione comportano. Il 43% giudica ragionevole un corrispettivo tra 50 e 70 euro l’ora e solo il 28% pretenderebbe una parcella oraria fra i 70 e i 100 euro, mentre per il 7% sarebbe necessaria una cifra superiore ai 100 euro l’ora.

Dall’indagine emerge che, in contrasto con quanto riportato dalla stampa di settore, oltre 1.100 professionisti, su un campione di 1.500, sono propensi ad accettare incarichi anche a compensi di certo non adeguati alla professionalità richiesta e al rischio che vi è connesso e solo il 26% non accetterebbe incarichi di revisione nelle società neo-obbligate dalla norma. Importante poi sottolineare che questa percentuale interessa proporzionalmente tanto le aree del Nord quanto quelle del Centro e del Sud Italia.

Fonte: Fisco e Tasse
Notizia del: 2020-01-22

«« Torna Indietro